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	<title>L&#039;Alternativa &#124; Diversamente informati &#187; speranza</title>
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		<title>Smash, quando l’arte dà un colore alla speranza</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 18:22:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“I ragazzi del coordinamento mi hanno proposto di organizzare una serata che coinvolgesse persone diverse e che “colorasse” il posto, ed io ho raccolto l’invito”.<span id="more-2746"></span><br />
Sunset Bulevard è una ragazza di Asti ed è lei l’anima di “SMASH”. Organizza da alcuni anni serate, piccoli eventi e mostre tanto che si vocifera di un suo prossimo step professionale importante ma non ha voglia di parlarne. Invece quando racconta di “SMASH” le brillano gli occhi. “Volevo che l’arte nata nelle strade, con le sue sfaccettature e diversità animasse e colorasse gli spazi comuni delle famiglie di via Orfanatrofio”.E’ il motore che l’ha spinta a rivolgersi non solo agli street artists ma ha voluto che partecipasse all’evento DJ K, che per esempio non suona mai in club o disco ma sempre in eventi underground di un certo spessore, ha anche coinvolto nell’evento un giovane regista, Alessio Mattia, finalista al Torino film festival del 2006 e del 2009.<br />
“E’ giovane, è un professionista serio ed anche lui viene dalla passione per la strada diciamo così” spiega Sunset. Infatti Alessio vanta diverse collaborazioni con Anthony Sisco, un attore teatrale americano molto bravo e conosciuto al grande pubblico per “ER”. Mentre è seduto a cena Alessio dice che con la sua video crew stanno per andare a New York a girare un corto auto prodotto. “Questa volta con un attore e una regista del Living Theatre, e con la possibilità di tornare a girare con loro, magari in una produzione mista”. Poi ci accompagna con Sunset nella zona in cui si sta <a href="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/Nerò1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2751" style="margin: 4px 6px;" title="Nerò" src="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/Nerò1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>lavorando.<br />
Gli spazi sono rigorosamente divisi in aree. I bimbi delle case non devono respirare le sigarette dei papà, quindi la zona fumatori è solo una stanza al pianterreno. Qui Nerò sta preparando uno stencil molto grande. “Il più grande che abbia mai fatto” – spiega lui – “rappresenta un indigeno dell’Amazzonia. Ha le labbra ed il naso forato per incutere paura nei felini della foresta pluviale”. Il faccione emerge da un fondo stilizzato grigio-nero. In un panorama artistico sempre più proiettato nel digitale patinato e nel multimedia di tendenza il primitivismo tematico e stilistico di Nerò sembra una silenziosa sfida lanciata direttamente dalle tribù con orgoglio di sopravvivenza.<br />
<a href="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/nox.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2753" style="margin: 4px 6px;" title="nox" src="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/nox-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Nella ludoteca invece c’è Nox al lavoro. La stanza è grande e pulita. In un angolo ci sono i giochi dei bimbi. E’ il posto giusto dove incollare il suo poster sagomato. Rappresenta una fanciulla, forse una fatina, forse una Alice in Wonderland che gioca con il tempo di mille clessidre che dalle sue mani volano via lungo tutti i muri delle pareti come falene magiche. I bimbi lo accerchiano incuriositi, e vocianti mentre studiano la novità nella loro sala giochi. Sulle scale che portano agli alloggi del piano superiore c’è Zoid al lavoro. Un giovane writer molto dotato, conoscitore delle tecniche di incisione ed appassionato di writing notturno. Di notte vìola i depositi delle ferrovie per “bombardare i treni” come si dice in gergo.”Li in <a href="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/Zoid.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2758" style="margin: 4px 6px;" title="Zoid" src="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/Zoid-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>mezz’ora devi fare tutto. Non puoi imbambolarti sulle sfumature di una lettera, qui è diverso. Hai più tempo per dipingere e puoi concederti qualcosa in più” spiega lui. Infatti il soggetto che sta dipingendo. E’ il viso di un giovane preso all’amo da una banconota. Sembra la cruda metafora del destino di tutte le famiglie precarie che abitano l’ex muta. “E non è il destino solo loro” – fa notare Andrea, un altro dei giovani del coordinamento che ha collaborato strettamente con Sunset per dar vita a SMASH–“Le famiglie che vivono in macchina o peggio ancora in tenda fuori Asti, con i bimbi piccoli sono realtà anche se Verrua la nega. E’ prevedibile che presto altre famiglie possano organizzarsi e occupare nuovi spazi”. Poi saluta e scende giù. E’ lui il barman della <a href="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/Pool1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2755" style="margin: 4px 6px;" title="Pool" src="http://www.lalternativa.it/wp-content/uploads/2011/05/Pool1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>serata e deve tornare al bancone. Su un corridoio laterale rispetto alla sala fumatori c’è al lavoro Pool. Bomboletta in mano, sguardo semplice, da ragazzino sotto il cappuccio della felpa mentre scherza con due bimbette arabe che lo guardano lavorare. Anche il pezzo di Pool è una metafora-cartoon del contesto dell’ ex mutua. C’è un uccellaccio arcigno che stringe in pugno una specie di clava. Una sorta di spada di Damocle che pesa come l’ingiunzione di sgombero che hanno ricevuto le famiglie del posto, ma poi, sulla parte del muro ha scritto a caratteri cubitali “<a href="http://www.lalternativa.it/viaggio-nelle-case-occupate-di-asti-tra-un-passato-da-dimenticare-e-un-futuro-da-costruire/">La casa è di chi la abita</a>”.</p>
<p>Asti Est:  <a href="http://coordinamentoastiest.noblogs.org/">http://coordinamentoastiest.noblogs.org/</a></p>
<p>Sunset Blvd:  <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=100000708646009">http://www.facebook.com/profile.php?id=100000708646009<br />
</a></p>
<p><strong>phAntom reporter</strong></p>
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		<title>E questo accade agli imprenditori pugliesi</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 17:33:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Una vita serena. Un’impresa artigiana messa in piedi da solo dopo aver imparato il mestiere dalla sua famiglia. Una decina di operai felici di lavorare per lui, una moglie che lo ama e decide di dargli due figli. Tutto procede come in un sogno per il giovane imprenditore di cui vogliamo raccontarvi la storia.<span id="more-39"></span></p>
<p>Una storia che qui, nel Barese, da dove ci ha scritto il nostro amico per chiederci aiuto, è all’ordine del giorno. Qui i morsi della crisi hanno trovato terreno fertile. Aziende piccole ma efficienti, condotte da uomini che pur di non lasciare in mezzo a una strada decine di famiglie, sono disposti a vendersi un organo. “So che è illegale – mi spiega quando lo incontro in una stazione di servizio – ma per dare da mangiare alla mia famiglia e a quelle dei miei operai, sono disposto a tutto”.</p>
<p>L’imprenditore di cui scrivo, non mi ha raggiunto in giacca e cravatta, e non è arrivato da me a bordo di una Mercedes. Non era neppure abbronzato e non aveva la pelle liscia. Niente a che vedere con lo stereotipo dell’uomo d’affari che tutti abbiamo in mente. Lui, mani ruvide e callose, è un operaio in mezzo agli operai. Con loro condivide sogni e paure. Ansie e speranze.</p>
<p>“Per questo – mi dice – a loro non ho mai chiesto nessun sacrificio. Piuttosto cerco di tamponare i debiti rimandando il pagamento dell’affitto oppure quello di qualche fornitore. Ma loro lavorano e devono essere pagati per vivere”. Intanto, gli effetti della crisi cominciano a non lasciare scampo: gli ordini tardano ad arrivare, i fornitori si affannano a riscuotere e le banche cominciano a chiudere i rubinetti del credito. “Le banche – mi spiega – se fai un errore ti considerano morto. E mentre gli amici e i parenti quando le cose andavano bene mi erano sempre vicini, ora mi hanno chiuso tutte le porte. Solo mia madre mi ha aiutato fino a quando ha potuto”.</p>
<p>Ogni strada sembra sbarrata. E ora che ha quantificato la cifra necessaria per riprendere a respirare e cominciare a far girare la sua attività, è sicuro di voler vendere un organo per ottenere i soldi necessari a riaccendere la speranza di un futuro per più di 10 famiglie. “Ho bisogno di 150mila euro – mi dice – e per questo sono disposto a vendere una parte del mio corpo al miglior offerente. So che si può vivere anche senza un rene, una parte di fegato o senza un polmone, e io sono disposto a farlo”.</p>
<p>Dopo questa affermazione restiamo entrambi qualche secondo in silenzio, seduti nella mia auto rovente sotto il sole di maggio. Non è facile dire certe cose, soprattutto quando si è giovani. E neppure ascoltarle e appuntarle su un taccuino come se ti stessero dicendo di aver voglia di vendere l’auto. Ma poi, ritorniamo ai nostri ruoli: giornalista e intervistato. Così gli chiedo se abbia voglia di lanciare un appello al sindaco di Bari o al presidente della Regione, insomma alle istituzioni. E lui, come se non avesse voglia di disturbare e chiedere aiuto a nessuno, dice: “Come me in Puglia ci sono molti imprenditori nelle stesse mie condizioni. E se le istituzioni volessero dare una mano a tutti, si troverebbero in difficoltà”. Insomma, l’abitudine di quest’uomo a cavarsela da solo continua a venire fuori dalle sue parole. “Su internet – aggiunge &#8211; ho visto che molti vendono gli organi, ad esempio reni, anche a 300mila euro. C’è tanta gente ricca che ha bisogno, e io sono disposto ad aiutarla in cambio del loro aiuto”.</p>
<p>Poi gli chiedo, stupidamente, se questa sia davvero l’unica cosa che resta da fare. “E’ la penultima – dice – perché l’ultima, quella estrema, non l’ho ancora fatta per non lasciare da soli i miei bambini”, che subito mi mostra in una tenerissima foto sul suo cellulare. Penso subito che il gesto estremo non ancora fatto sia il suicidio, ma preferisco comunque non chiedergli conferme. “Non si può vivere così – continua a parlarmi &#8211; torno a casa alcune sere senza neanche un euro i tasca. Non posso neppure comprare il latte ai bambini. E non riesco più a dormire al loro fianco sapendo che forse, domani, non potrò dare loro da mangiare”.</p>
<p>Così, poco prima di lasciarmi, dice: “Se ci fosse qualcuno disposto a farmi un prestito, mi impegno a restituirlo con una quota fissa al mese da concordare insieme”.</p>
<p>Ci salutiamo. Il suo cuore è più leggero dopo “aver parlato” con qualcuno della sua storia che deve tenere ancora nascosta. Mentre io sono dispiaciuto di non poter fare nulla per lui. Se qualche nostro lettore fosse in grado di aiutarlo, può contattare L&#8217;Alternativa.it e noi lo metteremo in contatto con l’imprenditore.</p>
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